Andrea Cola Jul15

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Andrea Cola

sono nato negli anni ottanta, a Cesena, una città bella del cazzo come le vostre, e mi sono visto un sacco di merda. nei telegiornali rai ed in mezzo alle tette della fininvest. in quinta elementare un mio compagno di classe altissimo, figlio di ex fricchettoni convertitisi al capitalismo delle tecnologie digitali, mi introdusse alla chitarra rock, suonando un riff di chuck berry su una chitarra classica, durante la ricreazione. non me ne fregava un cazzo. io volevo disegnare. mi disse che sarebbe stato imperativo fondare un gruppo e diventare famosi. perchè se sei famoso hai voglia! i fan conservano pure i tuoi sputi per terra! mi segue ancora questa immagine. uno sputo per terra dentro un cassetto. o sopra al letto. convinto. punto. basta disegnare mafiosi, cazzo sdrammatizzi, per altro senza capirci una fava, a 11 anni. chitarre. solo chitarre. prendo in mano quella dei miei. via i queen. e zucchero. dentro robba buona (ma zucchero comanda, sempre).

non ho mai capito perchè. ma la prima volta che mio babbo portò a casa, insieme, il doppio “remasters” dei Led Zeppelin e una delle prime raccolte decenti di Hendrix, mise sullo stereo “stairway to heaven” seguito a ruota da “hey joe”, per attirare la mia attenzione boccina, io lo sapevo che erano loro. non so perchè, ma lo sapevo e basta. ogni tanto mi capita ancora, con le robe fuori dal normale. e mi si rizzano i capelli ogni volta che ripenso alla mia prima volta in compagnia di “god only knows”. sulle casse di un computer a volume uno. e poi uno dice…

comunque, saltando le prime lezioni di chitarra e solfeggio, che continuo a non capire, le prime seghe, i primi limoni e quant’altro, a 15 anni fondo con i miei amici un gruppo, punk, mica cazzi. i pezzi sono i nostri e siamo in tre. a 17 anni scopro i sunny day real estate, l’indie rock e la vita oltre Red Ronnie, dopo essere morto contento con tutto quello che potevo sapere sui gruppi settanta e i loro derivati dei novanta e inizio a scrivere i primi pezzi decenti. forse. diventiamo in quattro e cambiamo nome in SUNDAY MORNING. a questo punto spacchiamo veramente. scopro gli anni sessanta. giriamo un pò ovunque. a 24 anni firmiamo un contratto, di quelli del cazzo. come tutti i contratti del cazzo. a 25 anni, i miei, esce il nostro primo disco. a 26, sempre i miei, ci sciogliamo. evabbè.

divento una specie di coverbandista atipico, mi piace prendere le canzoni di gente che le canzoni le sa scrivere, buttarle in mezzo ad un mare di tristezza e suoni continui e vedere se dicono ancora qualcosa. La dicono ancora, non le ammazzi mica, quelle. mi chiamo DO NOT CRY FOR THE COUNTRY BOY. e mi registro, praticamente da solo, un disco. ci giro un pò. mi piace farlo. nel mentre suono con antonio “grammo” gramentieri e mirko monduzzi dei sea of cortez insieme a diego sapignoli degli aidoru, sea of cortez e altre mille cose. l’ultima esperienza rilevante risale al duemilaeotto quando vengo chiamato a partecipare in qualità di chitarra, voce e figura semi illuminata da faretto in due spettacoli del teatro valdoca: “sacrificale” e “notte trasfigurata” (con danio manfredini come attore principale). poco dopo con il batterista/percussionista enrico malatesta, incontrato grazie alla valdoca, fondo un trio di roba un po’ strana (ma non così strana), insieme al trombonista marcello detti. ci chiamiamo unicorn. duriamo un po’ di concerti. e poi basta. per ora, almeno.

e’ da un pò che scrivo roba in italiano. non so perchè. probabilmente per avverare il sogno del mio compagno delle elementari. o perchè ogni tanto mi sembra che il cuore mi muoia dentro. In un modo che spero comune a molti. ogni tanto mi sembra che certe parole normali come cuore, mondo, me e te, ecc. che vengono un po’ snobbate, spesso a ragione, abbiano il loro bel senso. più che altro perchè stanno perdendo senso nella vita vera.